Il “no” di Bernheim a Gheddafi
Ha detto: “Le Generali appartengono alla nazione italiana”. L’ha detto in francese, perché lui l’italiano non lo sa (o non lo vuole) parlare.

Ha detto: “Le Generali appartengono alla nazione italiana”. L’ha detto in francese, perché lui l’italiano non lo sa (o non lo vuole) parlare. Tutta l’intervista, pubblicata ieri dal Sole 24 Ore, che Ferruccio De Bortoli ha fatto al presidente delle assicurazioni Generali, Antoine Bernheim, si è svolta in francese; lingua che, fortunatamente, il direttore del Sole 24 Ore conosce, essendo stato per due anni amministratore delegato della casa editrice Flammarion. Ciò detto, l’ottantaquattrenne numero uno del Leone di Trieste ha dimostrato di essere ben in sella: “Per alcuni sarò troppo vecchio, ma sono stato io, in questi anni, l’unica novità… Ricandidarmi nel 2010? Molti sostengono che finché ci sarà la crisi i cambiamenti di management sono da evitare”.
C’è un altro evento che si deve evitare, secondo il presidente di Generali. Bernheim lo dice con tutta la diplomazia che la sua esperienza gli offre, ma l’indicazione è netta: meglio che i fondi sovrani libici non arrivino a Trieste: “C’è un accordo fra i governi”, ma per fare entrare i libici ci vuole il consenso del consiglio di amministrazione, e “in un caso simile ci vorrebbe l’unanimità”. Come dire: il mio ok non c’è. Perché? Risposta facile: il sistema di potere che guida le Generali è frutto di una sofisticata alchimia. In questo gioco la Libia del colonnello Muhammar Gheddafi – peraltro azionista ben accetto in Unicredit e in Eni e addirittura invocato (invano) in Telecom – sarebbe un outsider, come un giocatore di poker a un bridge. Troppo diverse le regole, le maniere: si rischierebbe di far saltare tutto. A partire, forse, dalla poltrona più alta.
Sistemato Gheddafi, Bernheim passa alle pagelle. Con Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e primo azionista di Generali – nonché candidato naturale ai vertici di Trieste –, “si permette di dissentire” pur avendo “buoni rapporti con lui”; vuole rimanere alleato di Intesa; giudica l’ingresso in Telecom “non il miglior investimento che abbiamo fatto”; promuove Silvio Berlusconi, prova simpatia per Walter Veltroni. Sembra un trattato su come gestire l’italianità. Straordinario questo grande vecchio francese.
C’è un altro evento che si deve evitare, secondo il presidente di Generali. Bernheim lo dice con tutta la diplomazia che la sua esperienza gli offre, ma l’indicazione è netta: meglio che i fondi sovrani libici non arrivino a Trieste: “C’è un accordo fra i governi”, ma per fare entrare i libici ci vuole il consenso del consiglio di amministrazione, e “in un caso simile ci vorrebbe l’unanimità”. Come dire: il mio ok non c’è. Perché? Risposta facile: il sistema di potere che guida le Generali è frutto di una sofisticata alchimia. In questo gioco la Libia del colonnello Muhammar Gheddafi – peraltro azionista ben accetto in Unicredit e in Eni e addirittura invocato (invano) in Telecom – sarebbe un outsider, come un giocatore di poker a un bridge. Troppo diverse le regole, le maniere: si rischierebbe di far saltare tutto. A partire, forse, dalla poltrona più alta.
Sistemato Gheddafi, Bernheim passa alle pagelle. Con Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e primo azionista di Generali – nonché candidato naturale ai vertici di Trieste –, “si permette di dissentire” pur avendo “buoni rapporti con lui”; vuole rimanere alleato di Intesa; giudica l’ingresso in Telecom “non il miglior investimento che abbiamo fatto”; promuove Silvio Berlusconi, prova simpatia per Walter Veltroni. Sembra un trattato su come gestire l’italianità. Straordinario questo grande vecchio francese.